“Non esistono trial clinici randomizzati che dimostrino un legame causale tra carne rossa e cancro”…
L’avete mai sentita questa frase? La ripetono in maniera paradossale i promotori della piramide rovesciata (priva oltretutto di evidenze scientiche).
E non sanno neppure che le sperimentazioni cliniche hanno una regolamentazione etica.
Dopo il processo di Norimberga è stato preparato un codice che ha dato ancora oggi linee guida etiche per la sperimentazione: il trial (quindi lo studio di intevento) deve minimizzare i rischi per i pazienti.
👉 Non si deve eseguire la sperimentazione se a priori si è a conoscenza che tale sperimentazione possa causare danni o morte.
La carne rossa è stata identificata come fattore di rischio. Il suggerimento è di ridurre il consumo di carne rossa, ancor di più se lavorata, per ridurre il rischio di cancro del colon-retto.
Uno studio randomizzato controllato (RCT) è uno studio di intervento e vuol dire asseganre soggetti a due gruppi: uno di trattamento e uno di controllo.
Sarebbe eticamente inaccettabile imporre a qualcuno l’ordine di mangiare carne in abbondanza esattamente come lo sarebbe imporre di fumare e aspettare per vedere se si ammala di tumore!
L’etica, signori… questa sconosciuta!
E poi, per quanto tempo si dovrebbe intervenire sui soggetti prima di vedere che il tumore si manifesti? Quanto dovrebbe durare lo studio?
Quindi, no! No! Non esistono studi randomizzati controllati sulla carne rossa esattamente come non ne esistono per testare la nocività del fumo!
Meta-analisi hanno fornito solide prove a sostegno dell’associazione tra consumo di carne rossa e lavorata e un aumento del rischio di tumori, in particolare appunto del colon-retto.
Nel 2015 la Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha inserito la carne rossa lavorata nel gruppo 1, ovvero cancerogeni certi per l’uomo. Si tratta di salumi (prosciutto crudo, pancetta, prosciutto cotto, bacon, speck) e insaccati (salsicce, salami, mortadella e wurstel). Sebbene, generalmente le carni rosse lavorate siano derivati dal maiale, in questo gruppo troviamo anche la bresaola.
Le carni rosse hanno un contenuto di ferro che si presenta per circa il 40% nella forma eme, quella maggiormente biodisponibile per l’organismo, che viene assorbita prevalentemente nel tratto superiore dell’intestino tenue (duodeno), dotato di una “porta” dedicata, da cui non passa invece il ferro non eme presente ad esempio nei legumi che utilizza una porta condivisa con altri minerali.
Tuttavia, se si assume una grande quantità di carne rossa, l’eme non riesce a essere assorbito dall’intestino tenue e si accumula nell’intestino crasso, dove può rimanere a lungo e causare effetti citotossici a livello della mucosa intestinale.
Un consumo elevato di carne rossa altera il microbiota intestinale. Può oltetutto portare alla formazione di composti come il TMAO, associato a un maggiore rischio di problemi cardiovascolari.
Nel parliamo nel mio prossimo libro su Colesterolo e microbiota.
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