In uno studio condotto su circa 13.000 adulti in trattamento con statine, seguiti per una media di 8 anni, è stato visto che persone con lo stesso valore di colesterolo LDL possono avere avere rischi cardiovascolari differenti. E non sempre il rischio è correlato a un valore alto di LDL (PMID: 33736827 DOI: 10.1016/j.jacc.2021.01.027).

I ricercatori hanno osservato che un valore LDL nella “norma” (grazie alla terapia con statina) non riduce il rischio cardiovascolare, che invece aumenta laddove le LDL sono più aterogene (ovvero diventano piccole e dense). Tale condizione è valutabile misurando l’apolipoproteina B (apoB).

Con valori alti di ApoB è stato riscontrato un tasso di infarto e di morte più alto rispetto a coloro che avevano livelli più bassi di tale marcatore. E quando il colesterolo LDL era alto ma l’apoB rimaneva normale è stato osservato che non aumentava il rischio né di infarto né di morte.

Infatti, mentre la misurazione delle LDL fornisce informazione circa la quantità di colesterolo trasportato nel sangue dal fegato ai tessuti, l’ApoB ci fornisce una stima di quante particelle (LDL) lo stanno trasportando. Se il suo valore è alto, le LDL sono in numero maggiore, e nel contempo, sono diventate anche più aterogene.

I dati suggeriscono che la misurazione dell’ApoB fornisca una migliore valutazione, rispetto a quella del colesterolo LDL, nel predire il rischio di malattie cardiovascolari aterosclerotiche. Ciononostante la richiesta del dosaggio di ApoB non è frequente nella pratica clinica, osservando un divario tra la clinica e le evidenze scientifiche.

Ma quando le LDL diventano piccole e dense? In particolare quando sono più ricche di trigliceridi. Ecco che la misurazione di questo parametro non è da trascurare. Ricordando che i trigliceridi aumentano quando ci sono troppi zuccheri (in particolare fruttosio) nella dieta, ma anche quando è presente più grasso viscerale.

Entrambe le condizioni aumentano il rischio di steatosi epatica (ovvero fegato grasso) che, se non gestito, può trasformarsi in cirrosi epatica, oltre ad aumentare il rischio di resistenza insulinica e diabete, di infiammazione cronica di basso grado, aumentando quindi il rischio cardiovascolare.

Ecco che la dieta ricopre un ruolo essenziale nella prevenzione cardiovascolare.

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Nel mentre, l’approccio nutrizionale vincente per la prevenzione del rischio cardiovascolare è tornare alla vera dieta mediterranea, stando alla larga dai cibi ultra processati.

P.S.
Le nuove linee guida internazionali ACC/AHA 2026 sulla gestione della dislipidemia pubblicate a marzo 2026 (Circulation 2026;153:e1154–e1276) hanno inserito l’ApoB tra i parametri raccomandati per la valutazione del rischio cardiovascolare, affiancandola o preferendola alla misurazione dei valori di colesterolo LDL.


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